“Lo slittamento di paradigma verso l’Interaction Design, e poi l’Experience Design ha permesso di inglobare in questa riflessione tutti quegli aspetti dell’attività umana che non erano osservabili solo sotto forma di tasks. McCarthy sostiene che il compito dei designer è quello di progettare delle esperienze situate: ricche, riconoscibili, coinvolgenti e memorabili per i propri utenti. Rispetto al nostro dominio di riferimento, la sfida di questo approccio consiste nell’ideare attività supportate da tecnologie intelligenti che trasformino i musei di nuova concezione da luoghi di consumo di cultura a quelli di creazione mediata di conoscenza; che valorizzino le sue caratteristiche di luogo, per cui lo spazio, il contesto culturale e la dimensione sociale interagiscano con la straordinaria ricchezza percettiva e dialogica degli individui per generare una solida esperienza fisica, cognitiva ed emotiva. Allora avremo sempre più luoghi, con un’identità propria, emotivi, emozionali, oltre ad essere funzionali alle attività umane. Avremo sempre più luoghi di manipolazione e di collaborazione, luoghi in cui lasciare le proprie tracce e in qualche modo appropriarsene. “Local conditions, local trading patterns, local networks, local skills, and local culture, are critical success factors for the majority of organizations”: Marko Ahtisaari, dalla Nokia, non ha dubbi sul focus strategico di dell’approccio secondo cui permettere la prossimità – connettere le persone, nello spazio fisico – è la vera sfida.”
— Tra architettura e interaction design - Mariangela Scalzi, Maurizio Scalzi